Musica digitale o analogica?

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La musica mi accompagna da ormai molti anni della mia vita in qualsiasi azione della mia quotidianità. Devo dire però che il mio primo approccio alla musica in maniera personale, seria e diretta l’ho avuta abbastanza tardi in quanto non molto interessato a quello che ascoltava e seguiva la massa. Nel periodo delle medie sentivo parlare sempre dei soliti artisti in voga tra i miei compagni e amici, ma che non mi ispiravano nemmeno un pochettino; fate conto che il periodo delle mie medie si è tenuto circa tra il 2014 e il 2017. Solo con la scoperta di qualche artista della scena del rap “Old-School” italiano e americano ho cominciato il mio progressivo e inevitabile approccio alla musica.

Prima di allora ascoltavo per osmosi solo la noiosa musica sentimentale di mia madre che proveniva dal lettore CD di casa che, per mia sfortuna, si sentiva cristallinamente in tutta l’abitazione per via di un impianto Surround installatole da mio padre. Quello che ricordo meglio di quei momenti, oltre le canzoni di Laura Pausini, è l’immenso scaffale porta CD pieno zeppo di cofanetti degli artisti preferiti dei miei genitori.

Ai tempi, quell’immensa mole di musica, cofanetti, e CD mi sembravano contenere tutta la musica del mondo. Quei brani occupavano nell’effettivo uno spazio nella casa, oltre che nei cuori di qualcuno, e ti sembrava quasi di possedere tutta quella musica, come a dire: “Questi brani mi piacciono e li voglio tenere per sempre con me”.

Il metodo più comodo per me prima della mia “illuminazione analogica”, passatemi il termine, per ascoltare tutta la musica che volevo era lo scaricare una qualsiasi delle app di streaming musicale, entrarci, e cominciare ad ascoltare. I primi 2 o 3 brani magari te li godevi a pieno uno dietro l’altro, poi spuntavano le pubblicità, prima una di 10 secondi, poi una da 30 secondi, poi una da 10 e una da 30.

Più che di ascoltare musica, mi sembrava di essere sotto assalto dalle promozioni e offerte che volente o nolente ero costretto ad ascoltare per continuare il mio percorso musicale. Anche dopo essermi arreso al fare un abbonamento per poter finalmente avere i brani senza pubblicità, non ero comunque soddisfatto. Versavo quella somma ogni mese, che seppur esigua, mi faceva rimanere con l’amaro in bocca di chi non aveva ricevuto nulla in cambio, e di chi sa che il mese seguente avrebbe dovuto versare la stessa somma (salvo sovraprezzi). Non mi sembrava di pagare per ricevere qualcosa, ma di pagare per non avere fastidi in quei momenti di rilassamento e di accompagnamento alle mie giornate.

Anche il supporto diretto di artisti che ti piacciono è escluso in quel modo. Immagino che ci siano altri modi in cui gli artisti ottengano supporto dal proprio pubblico, magari dal numero di riproduzioni di una certa canzone o di una certa playlist, ma quello che mi manca è il senso di appartenenza. Poter dire: “Ho comprato il CD di questo artista perchè mi piace e investo i miei soldi in lui/lei”

È vero anche che tanti artisti odierni decidono di proporre la propria musica vendendola in formato di CD o vinile, ma è sicuramente uno dei modi più limitato che hanno e mirato ad una ristrettissima cerchia di persone.

In conclusione, poichè mi sembra di essermi dilungato fin troppo sull’argomento, io sento più “mio” un metodo di ascolto indirizzato sull’analogico, fisico e concreto. Il metodo che preferisco in maniera assoluta è quello del vinile, a parer mio elegante e romantico, e che ti carica anche po’ di quella responsabilità “civica” del non rovinare o deteriorare il vinile stesso, simbolo di qualcuno che ci ha messo passione e impegno per produrre quella musica e che magari qualcuno all’infuori di te un giorno avrà il piacere di ascoltare in onore della circolarità degli oggetti in cui credo tantissimo. Mi sono recentemente anche avvicinato al mondo delle musicassette, di cui sto con piacere scoprendo le ritualità, la bellezza di quei meccanismi che le rendono pressappoco infinite e quasi sempre restaurabili, oltre al fattore “POP” di cui sono intrinseche.

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